1962

Giuseppe Gozzini

Giuseppe Gozzini, per tutti Beppe, nasce a Cinisello Balsamo il 14 luglio 1936 in una famiglia operaia, il padre Abele è saldatore alla Breda.

Gozzini è un bravo studente e un fervente cattolico; viene pertanto mandato a studiare per diventare prete in un collegio diocesano fino alla terza media e dai Salesiani fino alla classe prima liceo. Crescendo si rende conto di non sentire la vocazione e decide di proseguire gli studi al Liceo Parini di Milano, un ambiente elitario dove non resiste nemmeno un anno. Decide pertanto di ritirarsi per preparare gli esami di maturità da privatista.

Sin da giovane è animato da profondi sentimenti di giustizia e di uguaglianza. Cresce nell’ambiente dell’oratorio San Luigi e della Cooperativa La Nostra Casa ed è inserito, anche se criticamente, all’interno di Azione Cattolica. Dà vita, insieme ad altri giovani della città, alla Fondazione Centro Studentesco, un’associazione che si prefigge la promozione culturale locale.

Già nella prima metà degli anni Cinquanta collabora con don Mario Colnaghi (che poi farà il prete operaio* alla Pirelli e alla Snia Viscosa). Per contenere o contrastare l’egemonia dell’Azione Cattolica nell’apostolato fra i giovani, Gozzini organizza un campeggio estivo per ragazzi, fonda un Circolo Giovanile, promuove un cineforum, pubblica diversi giornalini ciclostilati, svolge insomma quell’attività di base alla quale rimarrà fedele per tutta la vita.

Dopo la maturità si iscrive all’università e nel 1961 si laurea in giurisprudenza. Per mantenersi agli studi fa il precettore dei figli dell’alta borghesia milanese.

In quegli anni Gozzini frequenta la Corsia dei Servi a Milano, un’Associazione culturale famosa per le sue posizioni di apertura verso tutto il mondo laico e non, fondata nell’immediato dopoguerra da due frati, David Maria Turoldo e Camillo de Piaz. Lì conosce anche don Primo Mazzolari (autore del libro Tu non uccidere), padre Umberto Vivarelli (amico ed erede spirituale di don Mazzolari) e Jean Goss (un operaio cattolico, segretario itinerante del M.I.R. – Movimento Internazionale della Riconciliazione).

In quel contesto inizia il suo percorso di formazione fatto di letture e incontri con i movimenti pacifisti, esperienze determinanti che lo porteranno all’obiezione di coscienza.

Sempre più orientato verso la nonviolenza, è vicino ai gruppi pacifisti, allora formati da poche persone ma collegati a movimenti internazionali come il M.I.R. o la W.R.I. (War Resisters International). Si reca a Bruxelles per incontrare Jean van Lierde (un cattolico condannato al carcere per la sua obiezione di coscienza). Partecipa ai campi di lavoro del Servizio Civile Internazionale, durante questa esperienza conosce Danilo Dolci. Organizza proiezioni nelle parrocchie e nelle sedi del P.C.I. (Partito Comunista Italiano) di documentari giapponesi sugli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Aderisce a iniziative di solidarietà nei confronti di giovani francesi che rifiutano di partire per la guerra d’Algeria rivendicando il diritto all’insubordinazione. Attraverso la Corsia dei Servi, partecipa al Reseau di Francis Janson, un’organizzazione clandestina nata appositamente per dare rifugio ai disertori.

In previsione della chiamata alle armi, Gozzini discute con gli amici sulla sua convinzione di optare per l’obiezione di coscienza. Alcuni di loro, preoccupati per i rischi a cui andrebbe incontro, cercano di dissuaderlo. L’amico Piero Scaramucci (fondatore e primo direttore di Radio Popolare) non condivide sul piano politico quella scelta, mentre Paola Ciardella (allora militante del P.C.I., conosciuta in una sezione del partito, che diventerà sua moglie) ne rimane affascinata. Gozzini, confortato dalla preghiera e dalla meditazione, dissipa ogni dubbio e sceglie l’obiezione di coscienza.

Il 13 novembre del 1962, chiamato alle armi, si reca al Car di Pistoia e rifiuta di indossare la divisa militare in coerenza con la sua fede. E’ il primo obiettore di coscienza cattolico, scelta che a quei tempi equivaleva a reato militare (in base all’articolo 173 del Codice Penale Militare di Pace). Fino ad allora gli obiettori di coscienza erano stati anarchici o Testimoni di Geova; i cattolici, assenti dai movimenti per la pace e per il disarmo, non si pongono il problema del rifiuto del servizio militare.

Gozzini viene rinchiuso a Firenze, nel carcere Militare Giudiziario della Fortezza da Basso, e il 18 novembre trasferito nel reparto neurologico dell’ospedale militare della città, dove cercano di fargli firmare un foglio con cui si certifica la sua infermità mentale. A seguito del suo rifiuto, il 24 novembre è internato nuovamente nel carcere.

La prima udienza del processo si tiene il 20 dicembre 1962 ed ha una risonanza enorme. Suscita nell’Italia degli anni Sessanta un notevole scalpore e crea un caso mediatico di notevoli proporzioni; escono centinaia di articoli su molti quotidiani e periodici italiani e anche stranieri (perfino il Times ne parla). Si organizzano dibattiti, manifestazioni, veglie di preghiera e digiuni. Mai in Italia si era visto un giovane cattolico, settentrionale, istruito, di buona famiglia, disobbedire in modo così palese e intransigente a un’istituzione dello Stato.

La seconda udienza si svolge l’11 gennaio 1963, con l’aula piena di amici e simpatizzanti, molti giornalisti e fotografi. Testimoni al processo sono, tra gli altri, don Germano Proverbio (sacerdote salesiano con il quale Gozzini aveva dato vita a un gruppo di studio e di preghiera, precursore delle comunità di base) e Aldo Capitini. Nonostante l’estesa mobilitazione del mondo pacifista, Gozzini viene condannato a sei mesi di carcere senza la condizionale (in seguito sarà amnistiato).

Il caso Gozzini esplode clamoroso a ridosso del Concilio Vaticano II, in un contesto internazionale particolarmente delicato per i rischi di un nuovo conflitto mondiale con l’impiego di armi atomiche.
La forte presa di posizione di alcuni personaggi noti del mondo cattolico dà particolare eco al processo. Prende le sue difese il sindaco di Firenze Giorgio La Pira che, con un atto di disobbedienza civile, fa proiettare pubblicamente il film Non uccidere di Claude Autant-Lara, boicottato dopo essere stato presentato alla Mostra di Venezia nel 1961 (la censura del film suscita l’indignazione anche del deputato  Sandro Pertini che, con altri socialisti, presenta un’interrogazione parlamentare).
Si schierano con le posizioni di Gozzini anche due preti toscani, immediatamente contestati da alcuni ambienti cattolici. Sono padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani (vedi schede allegate).

Balducci, che era stato sollecitato ad intervenire da alcuni operai della Galileo, viene denunciato per un articolo apparso su La Nazione e condannato in Corte d’Appello a otto mesi di reclusione (sentenza che sarà confermata dalla Cassazione nel 1964). La condanna fa un enorme scalpore coinvolgendo prelati e teologi, intellettuali e giuristi, giornalisti e alcuni parlamentari che avevano proposto disegni di legge sull’obiezione di coscienza.

L’11 febbraio 1965 i cappellani militari in congedo della Toscana tornano alla carica con una lettera a La Nazione nella quale gettano disprezzo sugli obiettori di coscienza. A insorgere questa volta è don Milani che risponde con una lettera aperta pubblicata da Rinascita. Mai era stato scritto un testo antimilitarista più argomentato e convincente, e per di più da un prete. Dalla lettera scaturirà il libro L’obbedienza non è più una virtù, testo fondamentale dell’antimilitarismo di ogni epoca. Denunciato alla Magistratura, don Milani, da tempo molto malato, manda una lettera di difesa, propria e della libertà di coscienza, ai giudici di Roma che lo assolvono in primo grado il 17 febbraio 1966. Morirà prima della sentenza d’appello.

Si estende nel Paese l’adesione al movimento antimilitarista; il gesto di Giuseppe Gozzini segna uno spartiacque nella storia dell’obiezione di coscienza in Italia. Anche sull’onda dei successivi processi a padre Balducci e a don Milani parte una grande campagna per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza, alimentata, tra il 1962 e il 1972 da decine di altri casi di obiettori (come Fabrizio Fabbrini), cattolici e anarchici che, spinti dal caso Gozzini, rifiutano il servizio militare in nome del pacifismo, finendo a loro volta in prigione.